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7.03.2001.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato due stelle che quando le apro
perfetti distinguo il nero dal bianco,
e nell'alto cielo il suo sfondo stellato,
e tra le moltitudini l'uomo che amo.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato l'ascolto che in tutta la sua apertura
cattura notte e giorno grilli e canarini,
martelli turbine latrati burrasche
e la voce tanto tenera di chi sto amando.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il suono e l'abbecedario
con lui le parole che penso e dico,
madre, amico, fratello luce illuminante,
la strada dell'anima di chi sto amando.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi,
con loro andai per città e pozzanghere,
spiagge e deserti, montagne e piani
e la casa tua, la tua strada, il cortile.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il cuore che agita il suo confine
quando guardo il frutto del cervello umano,
quando guardo il bene così lontano dal male,
quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto,
così distinguo gioia e dolore
i due materiali che formano il mio canto
e il canto degli altri che è lo stesso canto
e il canto di tutti che è il mio proprio canto.
L'inizio della fine di quell'amore
effettivamente spaventoso
con il rimpianto di ogni ora.
E poi è venuta l'ora che è venuta dopo, incomprensibile,
uscita dal fondo del tempo.
Ora orribile.
Superba ed orribile.
Sono riuscita a non uccidermi soltanto all'idea della sua morte.
Della sua morte e della sua vita.
Chiedo perdono
alla mia anima bambina
per non averla saputa zittire
alla mia anima donna
per non averla saputa ascoltare
alla mia anima madre
per non averle dato voce
alla mia anima femmina
così mortificata.
Sogni abbarbicati su filari di giorni piantati in zolle aride. Stanno su come violette ostinate a crescere su muri alti, sbattute là dal caso di un refolo. Sfolgoranti di colori che giungono lievi a terra tanto da far vacillare vista e sbattere fronte. Sogni, senza i quali saremmo tutti ciechi in un mondo di tenebre. E se per caso chiudi gli occhi in fuga, non ingannarti, memoria non perdona, così sei tu per me, una piccola cinepresa d’istanti scomposti, assemblati senza tempo né spazio a coordinare. Arrampicato lassù in cima, con le gambe penzoloni, che sorridi.
Come il tuo primo visto, io sul predellino di un treno in sosta a tenere bocca e meni a freno sbuffando volute di fumo insieme alla mia malinconia, tu zainetto in spalla passo veloce ed una disarmante espressione da bambino cresciuto che da troppo non si arrampica in alto a cercare cioccolata nascosta.
E il primo respiro rotto col mio, con la paura e la smania di riaprire i polmoni e ritrovare l'odore, l'Odore.
E il tuo passo dondolante sul binario d'arrivo con vestito d'ordinanza ed impermeabile e giornale sotto braccio che si dissolvono appena mi vedi insieme al mondo che corre vertiginosamente e resta solo quella linea funambolica tra i tuoi passi ed i miei.
E le lacrime color ghiaccio nello stesso binario in direzione contraria miste a quelle lasciate su pelle e sparite sotto.
La macchina macinatempo sfila senza sosta né pace battendo come contadina i filari ignoti delle ore a venire perchè qualche miraggio più tentennante scivoli dal piedistallo ad ossigenare buio.
E te che dormi con respiro quieto, la mano sulla fronte come a trattenere i sogni, mentre insegui chissà quale chimera guizzando orbite sotto le palpebre, ed io disegno a te ignara il contorno del tuo profilo perchè mi bruci le dita.
E io che guido piano, piano, e guardo con te gli orizzonti dei tuoi presenti, le strade che calchi, i posti che abiti.
E le parole, tante, fiumi a volte placidi, talora stuzzichevoli, spesso impetuosi che convergono e divergono in un incrocio continuo e rinnovato tra te e me, me e te.
Non si vede oltre, solo un attimo più in là, nebulosa fitta che come nebbia ovatta il domani. Passo nel vuoto, sabbia mobile infingarda o roccia solida, questa parola prodiga di promesse ed avara di certezze.