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7.03.2001.
"Ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all'estremità della spina dorsale. Si chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco. Da lì, da quell'ossicino, l'uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti. Così per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l'ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L'ho dichiarato disperso finchè non ti ho visto. Subito quell'idea di è risvegliata in me e con lei è sorto il pensiero, folle e dolce, che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un'altra persona." "Chi è quest'uomo? Temo che non mi permetterai più di scoprirlo. Posso solo indovinare che è tutto quanto insieme: adulto e bambino, uomo e donna, morto e vivo, e molte altre cose e molte altre persone - ma riuniti insieme, senza le divisioni artificiali e violente che esistono dentro di me. Perchè ai miei occhi, nel punto in cui tutte quelle "anime" si toccano, si mescolano e si uniscono senza che nulla le separi, sento che laggiù si trova il tuo vero io. Quando ti ho incontrato laggiù mi sono subito sentita riempire da te. Il mio corpo e la mia anima ti hanno parlato direttamente, oltre le tue parole, che non sempre amavo. Perchè laggiù tu mi ecciti veramente, mi stimoli, mi infiammi e mi fai male. E quando, talvolta, mi hai permesso di stare laggiù con te mi sono sentita viva come non mi era mai successo con nessuno. Con nessun uomo. Cosa succede? Hai sentito? All'improvviso provo freddo e caldo al tempo stesso. E ti sento, reale, con tutto il corpo. Mi stai di fronte, così vicino, come se ti trovassi al di là della porta. No, non mi farò illusioni. Ma fuori è silenzio già da qualche minuto. Non si muove una foglia e io ho paura a sollevare la penna. Sento i tuoi occhi sospesi sulle mie labbra. Cosa vuoi che dica? Che potrei dire ancora che non ho detto? E cos'altro rimane da dire, a parole?"
Raggrumato negli interstizi celati
si condensa un suono vituperato,
nonostante la patina di zucchero
tesa a far da facciata
ad un amara coppa piena di vuoto.
L'altrove ha odore turchese
e suona incessante come sirena
mentre ad attutire il canto
piccole stille rosse si frappongono.
Fuori piove dolcemente
lavacro dell'invisibile spillo
che pungola un ricordo
del suono a contrasto che fu.
Il silenzio ha imparato me.
Tutte quelle parole dette, udite, sentite, urlate, sussurrate, taciute,
adesso vivono pensate.
E non importa più il destinatario, il tono, il dare ad intendere, il capirsi, il fraintendersi.
Le ombra tacciono, i fantasmi ammiccano.
Il silenzio ha imparato me.
Che non confeziono parole come onde vaganti nell'etere,
parlo muta.
E non importa quale abito vestano le genti al mio tacere.
Vivo è il mio sentire.
Ho sempre adorato leggere. Lo faccio ovunque, in tram, sul treno, a letto, persino camminando. Ogni tanto capita che un testo ti si appiccichi addosso, così in uno dei miei innumerevoli viavai ferroviari Covacich mi ha fatto indossare lenti da sole e chiudere il libro.
"Ricordo di essermi consolato pensando a 2046, il film di Wong Kar-Wai dove le persone innamorate salgono su un treno che viaggia nello spazio-tempo apposta per accedere ai loro vissuti così come sono stati esperiti, con la vivacità e il vigore che la memoria non può saper restituire. Sarei mai salito sul treno di 2046?"
tratto da Prima di sparire
Cinque lettere che identificano me, me per te,
sgorgano incontrollate da una bocca,
la tua,
e non si perdono nell'etere e nel tempo,
solidificano.
Cinque lettere pronunciate a voce alta,
urlate di rabbia e di meraviglia,
me per te, mentre il tempo dei calendari,
fra una data ed un'altra ,
si annulla.
Cinque lettere irripetibili,
me per te.
Una voce in sottofondo, il caos dentro il cuore,
la consapevolezza della mente, il cuore ostinatamente divergente,
un amore sciupato, il dolore riaffiorato,
il sole che splende, una lacrima che stride,
un antico vecchio dolore presente.
Ventuno lettere e nessuna parola
Meno che mai una frase
Ancora meno che essa abbia senso
Per gli altri e per me
Ventuno lettere e nessuna parola
Mentre naufrago tra gli spazi
Interstizi pieni di e vuoti di
In uno splendido ponte primaverile, quando fai fatica a tirare i conti, cosa fai? Noleggi un paio di film, unica spesa che puoi concederti. E non li scegli a caso, il caso forse esiste, più spesso è altro.
L'Aria salata
"Se fai la cosa sbagliata, NO, stai dall'altra parte, capito?
Io non voglio sapere più niente di te, sono cazzi tua e non voglio più sapere niente di te, così per XXX"
"Come si fa a crescere senza mani ed essere preso in braccio, mai?"
E riecheggia in me quella frase, che salata sul viso mio hai fatto scendere,
"A volte per trovare e salvare Se stessi si deve perdere l'oggetto d'Amore".
Risultato:
se perdo l'oggetto d'amore trovo me e resto isolata,
se salvo l'oggetto d'amore, perdo me.
L'Inferno è anche una cosa buona, pure se te la vivi sola, in un giorno di festa,
lasciando scorrere rosso con rosso.
Prosit.
Per me, per Te passante immaginario che vivi in questo Inferno e neppure lo sai,
per chi, al contrario, lo conosce, lo abita e viaggia per oltrepassarlo.
Per chi lo dis-conoscerà,
per quanti prima o poi lo apprezzeranno.
Potrebbe anche essere un bel gioco, ma io non so giocare.
Sono sempre dalla parte sbagliata, erro i tempi, le parole, le attese, i toni.
Tu invece sei esperto e ti piace così, giocare con chi non può tenerti il bandolo.
Bene, bravo, bis.
"Lasciamoci scorrere" "sei libera" "non posso obbligarti" "come stai?"
"Non ti amo, ma ti voglio bene".
"Mi sono sentito tradito" "ho paura di perderti" "volevo schiaffeggiarti ma non ci sono riuscito".
Davvero?
Allora perché mi brucia la guancia e mi sento desolata?
Lo so, diresti che sono Io, Io ed ancora Io che corro, sbrano, chiedo, desidero, parlo...
sempre Io, cattiva, sbagliata, malata, corrotta, frammentata, ambivalente ed aggiungici tutte le parole che vuoi.
In fondo sto giocando il mio solito gioco,
Farmi massacrare nel tritacarne chiedendo Amore laddove non c'è.
Un altro giro di giostra, così divento più fine, macinata meglio.
Al fondo non c'è fine, si può sempre scavare.
Tu mandi fanculo me, io mando fanculo me stessa.
Giriamo la carta e voilà, altro mazzo, stesse carte.
Osservando giù sulle vie vuote,
tutte che possa vedere
sono i sogni che tutti hanno fatto il solido
sono i sogni interamente hanno reso reale
tutte le costruzioni, tutti quegli automobili
era una volta giusto un sogno
in qualcuno testa
descrive il vetro rotto, lei descrive il vapore
descrive un'anima
senza la perdita alla giuntura
lascia l'introito la barca fuori
attenda fino a nerezza
eliminiamo la barca
attenda fino a che la nerezza non venga
in nessun posto nei corridoi di verde pallido e di grigio
in nessun posto nella periferia
alla luce fredda del giorno
là in mezzo a esso così vivo e da solo
le parole sostengono come l'osso
sognando che la strada della misericordia
porti la vostra parte interna fuori
sognando della misericordia
in armi del vostro padre ancora
sognando della strada di misericordia.
giurando che ha spostato quel segno
sognando della misericordia
in armi del vostro padre
estraendo le carte dai cassetti che fanno
scorrere liscio
tirando alla nerezza, parola sulla parola
confessione di tutte le cose segrete
nel contenitore caldo di velluto
al priest-lui il medico
può maneggiare le scosse
sognando della tenerezza-trema
nelle anche
di baciare i labbri della Mary
sognando della strada di misericordia.
porti le vostre parti interne fuori
sognando della misericordia
in armi del vostro padre ancora
sognando della st di misericordia
promettendo di spostare quel segno
ricerca della misericordia
in armi del vostro padre
Stasera mi hai telefonato, dolce come sempre, anche se ormai non ci si vede da quasi due anni, il tuo nome ha la stessa iniziale del mio, un caso forse, a parte le solite cose, il lavoro, le colleghe, le beghe di sempre, tuo marito che sta meglio in salute, i tuoi figli così belli, cresciuti bene in questa coppia che trasuda amore e rispetto da ogni poro, quel tuo tono malinconico nel saper saggiamente farli andare per le loro strade, così lontane in distanze materiali dalla tua e la nostalgia del farlo sapendo che è sano per loro, ormai grandi, crescere oltre te.
Se avessi potuto scegliere una madre avrebbe avuto i tuoi occhi così profondi, le tue mani così calde, quella morbidezza del com-prendere senza dover necessariamente e pomposamente dire, quella presenza discreta di chi soffice c'è, senza imporsi.
Sei una splendida mamma P. fai risuonare tutta l'assenza della mia vera dolcemente, avessi potuto scegliere, avrei scelto te, un po' lo faccio.
Un maestro giapponese dell’era Meiji di nome Nan-in un giorno ricevette una visita di un professore universitario che si recò al suo monastero per fargli alcune domande sullo Zen.
Il maestro Nan-in servì il thè, secondo le antiche usanze dell’arte giapponese. Colmò la tazza del suo ospite e... poi continuò a versare. Il thè traboccava dalla tazza, eppure il maestro non accennava a fermarsi.
Il professore, a un certo punto, sbottò: “Basta, è colma, non ci può stare altro thè! Allora Nan-in si fermò, lo guardò e disse: “La tua mente è come questa tazza, piena di pensieri e concetti...
Come posso spiegarti lo Zen se prima non vuoti la tua tazza?”
In questo palco dove tutte le luci della ribalta erano accese,
sono rimasta abbagliata da tanta riflesso,
sei passato piano,
spegnendole una ad una e più fioca diventava la scena
più ombre apparivano silenziose e mute.
Spenta l'ultima luce sono disparite anch'esse
lasciandomi tra le mani una fiamma accesa.
Brucia, ma è mia.
"Noi possiamo essere ingannati soltanto quando ci fidiamo, nel momento in cui mi abbandono io metto le basi per essere tradito perché ogni fiducia assoluta chiama sempre l'inganno"
A.Carotenuto
Una gara a perdere dove non esiste vincitore, spirale assente schiacciata in cerchio ricorrente,
dove ogni giro scava solchi più fondi in cui affoga l'Amore e il Dolore, piccolo, lento ed inesorabile suicidio di Sè.
Ci vuole uno scarto per non ripetere, infinitesimale, quasi impercettibile, un salto nel buio, fiducia ci vuole.
Questo dis-amore mi renderà migliore? Non lo so, dire si è vana e assoluta presunzione, modo per esorcizzare il nero velo che avvolge il mio cuore, dire di no è altrettanto pretenzioso,
senza risposta cammino all'interno, un viaggio a ritroso alla ricerca di un senso, con lo sguardo rivolto verso l'orizzonte.
Cosa posso imparare, di me, di te, della vita?
Qualcosa, da spendere ancora nell'affi-darsi e se inganno sarà, sia accolto e benvenuto, vuol dire che ancora ho strada da macinare e tanto da imparare.
Dalla fatica più grande per il mio cuore che ho appena iniziato ai tuoi inspiegati silenzi, dalle parole di ieri perse chissà in quale refolo di vento agli egoismi ordinari di chi non ha nel suo vocabolario nessuna parola somigliante ad empatia, dalla fatica quotidiana per non vacillare alle luci sfavillanti dell'estrema festa in cui si è obbligati ad essere felici, dall'inerzia con cui fingi di lottare all'indifferenza di chi non ha più nulla da spremere, dalle telefonate/richieste di aiuto ai piccoli immensi scoramenti prima di dormire, dalla caciara infinita del giorno all'urlante vuoto della notte.