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7.03.2001.
Solo un filo di vento, quanto basta per volare e, con dolcezza, atterrare, fra qui e tanti là, uno diverso dall'altro, ognuno con una magia, un dono, un emozione in regalo, da riportare con se, pronti a caricare la prossima valigia con occhi più ricchi. Perché la bellezza fa bene.
Vienna, dove l'eleganza è la normalità, nelle strade, nei palazzi, nel numero incredibile di musei, dove l'arte è fruibile, godibile e soprattutto apprezzata e coltivata.
Parigi, anelata per anni, degna della sua fama, maestosa e superba, a volte persino sprezzante. Città dai tanti volti ed innumerevoli trucchi, emblema perfetto dell'umanità.
Chartres, gotico e magia, un luogo incantato impossibile da narrare, una scalata verso l'immenso applicando il coraggio di non precipitare guardando l'abisso, il sogno dell'Uomo verso il cielo, metafora eccellente della vita.
Bled, piccolo gioiello incastonato fa i monti, pace e silenzio, verde e respiro.
Cres, selvaggia isola così poco segnata dall'umana presenza, la risacca ed il suo cullare ritmico, il colore del mare, un ritorno primordiale alle origini.
Polvere accumulata sui pensieri di ieri sfida il battipanni del tempo
scuotendosi nel finto spostamento che colloca gli stessi granelli in modi differenti.
La sabbia infilata nel cuore graffia ad ogni refolo ed
impazzita si barcamena tra le medesime arterie cercando invano un uscita.
Lenti modificate lasciano intonse sulla retina le catene di immagini incrostate lì,
ostinate a restare comodamente sdraiate sull'amaca di emozioni vive quanto fuggenti.
Distesa al sole godo di un calore non mercificato
mistificando verità e menzogna che allegramente vanno a braccetto senza meta
ridendo sonoramente di questo senso introvabile che evita le congiunzioni
lasciando punti infinitesimali quanto granitici
a sbarrare osmosi possibili tra corpo, cuore e cervello.
Talora occorre ricalcare scenari con passi usati per carpire forza necessaria ad oltrepassarli e poter vedere come un cieco al suo primo raggio di luce un colore nuovo affacciarsi all'orizzonte, cibarsi di pezzi amari trascorsi non sazia ma prepara la vita a godere del pezzo di amore ignorato con cui si è affamato l'allora presente, mentre dietro lenti scure innaffi un ricordo tra un piede e l'altro che si alternano.
In un tempo senza orologi né calendari si muove il sonno e i sogni che lo abitano,
si coricano tristezze antiche con il sollievo di una coperta e
si scoperchiano emozioni temute con la cauta accortezza della carezza.
Si compiono minuti cambi di passo e
si osa saltare oltre l'erba sempre verde del domani.
Si cullano dolori che si possono lasciare
con l'incosciente anelito di camminare oltre i burroni
saltando a moscacieca dentro e fuori i propri passi.
Ci si adagia arrendevoli sulla soffice ovatta del movimento perenne del tempo
senza celare il terrore dato dal suo scorrere impetuoso
respirando grati di quel nuovo fiato che ti sale lieve.
Si lascia inerpicare l'ombra silente del passato
offrendo un ponte trasparente ed incorporeo all'oggi minuscolo che ci attraversa
senza patemi verso la sua destinazione.
Si riguarda l'ora e la data abbandonandosi fluenti al mutamento.
Ventuno lettere e nessuna parola
Meno che mai una frase
Ancora meno che essa abbia senso
Per gli altri e per me
Ventuno lettere e nessuna parola
Mentre naufrago tra gli spazi
Interstizi pieni di e vuoti di
Vivo, suonando violini a corde stridule, fatte di pelle.
Bellissimo il pesco fiorito sotto un raggio misteriosamente sfuggito alle nubi.
Abbasso di un ottava il suono della voce mentre contemporaneamente alzo a tutto volume Orff.
Raccolgo desideri sopiti, nascondendoli dentro un cristallo trasparente, ma sigillato.
Così ché possa vederli e farli riaffiorare, volendo, aprendo il coperchio.
Respiro. Dentro. Fuori.
Una settimana lieve mi attende, con le sue onte e le sue magie.
Taccio il resto, sebbene disubbidiente istilli in me la parola.
Accolgo il silenzio come dono fattomi incautamente.
Viaggio, dentro sogni altrui, fatti di parole scritte che narrano altre storie.
Un altro fiato. Finché avrò fiato.
Speriamo si alzi il sole domani, non solo ad est.
Stanotte la luna è sfuggente, ma oltre questo cielo velato so che c'è.
C'è. Lei, io, il sole.
Una altra notte, in più o in meno.
E fuori il vento sussurra tra le foglie la sua musica.
Qui la pioggia fiocca come il mio umore, forte, impetuosa, incerta, altalenante.
Ma forte, questo si.
Ci sono margherite gialle nel giardino in cui volgo lo sguardo ogni dì lavorativo.
Qualche piccola creatura le raccoglie per me.
Malgrado la temperatura della primavera che stenta a farsi notare, c'è anche un gelo,
che annichilisce ogni alito tiepido.
Ed un sole ondivago, nascosto dalle nubi che fa, di tanto in tanto, capolino.
Tutto ed il contrario di tutto.
Come la stagione del mio cuore, che fa a cazzotti con se stessa,
uscendone perdente come ovvio che sia.
Malgrado sia invisibile, la bandiera bianca dell'arresa sfolgora intorno a me.
Ho perso, la battaglia del farmi amare così come sono,
ho vinto la mia, non celarmi, nascondermi, violarmi per essere altro da, e piacere per.
Pirro sarebbe il mio idolo ora.
Poso l'ascia e mi lascio andare.
Ovunque porti questa Vita,
infine solo questa ho.
Pochi fan questa via; non perché il buio
li spaventi, ma solamente vengono
qui riluttanti perché hanno paura
di trovare, infittendosi la tenebra,
ciò che si son lasciati dietro a casa,
a succhiarsi le guance al focolare,
quella paralizzante Indecisione
dalla cui testa danzante si sono
precipitosamente dileguati,
solo per ritornare ad incontrarla,
afferrando con la fredda mano
al polso dell'Azzardo, per cadere con lui,
compagno della vecchia e nuova sorte.
Edna St. Vincent Millay
La tua mano meravigliosa P. invece era calda e forte, nonostante tremasse con la mia voce, leggiadro specchio di una realtà rivoltata sotto diverse luci, diverse le vite, i vissuti, i tempi, gli odori, stessa l'Intensità, ma quella non è continua, è discreta, salta come gli elettroni,
o sta lì o là, o c'è o non c'è.
In te io che l'ho sentita, ieri ho avuto il dono di sfiorarla, re-incontrando la mia.
Grazie tenera e forte P. compagna di viaggio.
"La stagione del tuo amore
non è più la primavera
ma nei giorni del tuo autunno
hai la dolcezza della sera
se un mattino fra i capelli
troverai un po' di neve
nel giardino del tuo amore
verrò a raccogliere il bucaneve"
Faber
E con questi versi che andrò dalla parrucchiera,
come fuori così dentro,
cerco di imparare a vedere ciò che sono e non ciò che vorrei e visto che è il crepuscolo quello che vivo
che questo artificio del nascondere la propria natura inizi a palesarsi così
con i miei veri capelli, bucaneve .
.. Alle Sirene giungerai da prima,
Che affascìnan chïunque i lidi loro
Con la sua prora veleggiando tocca.
Chïunque i lidi incautamente afferra
Delle Sirene, e n'ode il canto, a lui
Né la sposa fedel, né i cari figli
Verranno incontro su le soglie in festa.
Le Sirene sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D'ossa d'umani putrefatti corpi
E di pelli marcite, un monte s'alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
Cera de' tuoi così l'orecchio tura,
Che non vi possa penetrar la voce.
Odila tu, se vuoi; sol che diritto
Te della nave all'albero i compagni
Leghino, e i piedi stringanti, e le mani;
Perché il diletto di sentir la voce
Delle Sirene tu non perda. E dove
Pregassi o comandassi a' tuoi di sciorti,
Le ritorte raddoppino ed i lacci.
Poiché trascorso tu sarai, due vie
Ti s'apriranno innanzi; ed io non dico,
Qual più giovi pigliar, ma, come d'ambo
Ragionato t'avrò, tu stesso il pensa.
Omero Odissea
Solo da se stesso ognuno può scegliere, rinunciare dunque, ad una via o ad un altra.
Violare la propria natura o fluire l'andare della nave, con i suoi imprevisti, metafora della Vita,
porta con se, irrimediabilmente a ferire o se stessi o gli altri oppure peggio entrambi.
Cosa sia meglio nell'ignoto sta.
La risposta è dentro ognuno di noi.
Difficile non è trovarla, ma porsi la domanda.
Lutto, lutti, da quando si infrange nell'aria il nostro primo vagito fino all'ultimo fiato non è che un immenso lutto, modifica tutto nell'impercettibile istante che aggiunto ad un altro e un altro ancora e poi su verso l'infinito finito dei nostri dati, tutto è lutto, ce ne accorgiamo solo quando diventa grande, così tanto da non avere argini per contenerlo, lutto cambiare, crescere, modificare idee ed ideali, baciare il primo amore, restare vuoti di senso, guardare il mare da diversi orizzonti, sognare lune irraggiungibili, trovare lavoro, cambiarlo, vedere un amato in una bara, mutare il corpo, dare la vita, toglierla, essere percossi da un brivido o uno schiaffo, viaggiare, tremare di gioia o di paura, perdere un oggetto caro che solo per noi abbia senso, vivere in altre città, incrociare sguardi mai più rivisti, restare muti, amare, finire una sigaretta, buttare un abito, incassare una sconfitta, vivere e poi non più, lutti.
La gatta che mi ha adottato sta sonnacchiando beatamente sulla mia pronta valigia, per l'ennesimo fine settimana di massacro fisico e non solo, cerco silicone perché il vento si infila in ogni spiraglio e qui sembra tutto un colosseo, persino le spirali di fumo della mia ennesima sigaretta si rifiutano di spostarsi aleggiandomi intorno, la rana sul mio comodino invece è ferma immobile e silente, sia benedetta quella cinesina che me la offrì in cambio di pochi spiccioli, la fattura accuratamente nascosta nella carpetta corposa cose da espletare mi zavorra drasticamente a terra, mentre staccata dai miei piedi, la testa vaga fra le nuvole, così reali e tuttavia intoccabili, mentre aspetto un alba che nonostante l'orologio giri cocciutamente non giunge, magari vivo su un altro parallelo molto più a nord o a sud, chi se ne frega, tanto è buio, il telefono squilla, sembra che l'oltretomba di un paio di vite fa abbia sia risorto, altro che Fenice, "sono sette anni che ti penso, vorrei parlarti di alcune cose", fantascienza allo stato puro, così tanto da essere reale e forse il reale è fantasy, mentre sto imparando la sottile arte del camuffare il mio nome in camere stagne e ovviamente senza vasi comunicanti, il mondo circostante, o meglio i fumetti che vi abitano, mi rispecchiano come amabile e persino desiderabile, tanto da chiedermi una conferma per il prossimo eventuale anno di lavoro, delirio lucido puro, l'inautenticità sia con noi, amen, la cartella ben confezionata del lavoro da consegnare è stata controllata per circa 372 volte almeno, dove elegantemente ho confezionato in modo edotto ed erudito uno dei miei più grandi dissapori con la vita, Morfeo evita accuratamente il mio indirizzo, in barba alla famacologia come scienza dura, e più mastico pietre meno peso, evidentemente il contrappasso sta al potere, e se non avete trovato un punto siate benvenuti, questo è il mondo del canone inverso
Un maestro giapponese dell’era Meiji di nome Nan-in un giorno ricevette una visita di un professore universitario che si recò al suo monastero per fargli alcune domande sullo Zen.
Il maestro Nan-in servì il thè, secondo le antiche usanze dell’arte giapponese. Colmò la tazza del suo ospite e... poi continuò a versare. Il thè traboccava dalla tazza, eppure il maestro non accennava a fermarsi.
Il professore, a un certo punto, sbottò: “Basta, è colma, non ci può stare altro thè! Allora Nan-in si fermò, lo guardò e disse: “La tua mente è come questa tazza, piena di pensieri e concetti...
Come posso spiegarti lo Zen se prima non vuoti la tua tazza?”
Chissà come si muovono gli aneliti del cuore, da dove partano, che strade percorrano, su quali bivi s’inceppino, perchè evaporino.
Un giorno ti alzi, ti guardi allo specchio e dici: ”Sono innamorata!”. Una sera ti corichi e prima di addormentarti pensi: “Basta”. Un giorno torni dal lavoro scrivi queste due frasi e sono vere entrambe.
Metti ordine tra le svariate carte della vita, un Amore ed un dono in ogni carpetta.
Ti pulisci il viso e ritrovi tracce di Te da troppo non viste.
Io scendo qui, il treno del riscatto non avrà più energie da succhiarmi.
Non ce la posso fare.
Non ho entusiasmo nè gioia nel farlo, non ha senso accanirsi con sacrifici immensi per una cosa da fare senza desiderio nè scopo.
Era più un sogno incomposto. la sveglia è suonata.
Stasera vesto di eleganza la mia tristezza
colori adeguati
bianco per il tepore nero per l'orrore
zebrata come sono senza nulla sfumare
e celato
il rosso di una passione che non domo